Motomessa 2009
Si chiama "Motomessa" ed è un raduno motociclistico di grandi dimensioni. Arrivano da tutta Italia, gli appassionati e si ritrovano a San Pellegrino in Alpe (patrono dei viandanti), che per un giorno diventa capitale nazionale dei "dueruotisti". E’ un raduno "open", ossia di quelli che puoi partecipare con qualunque cosa a motore che abbia due ruote. Ecco infatti vedere vecchi Motom degli anni Cinquanta, sfrecciare accanto a Vespe e Harley-Davidson, tutti accomunati dalla passione dei proprietari. Ovviamente, anche io e Penelope abbiamo preso parte alla Motomessa. Siamo partiti dalla Versilia assieme ad una comitiva organizzata di altre 51 persone e abbiamo svalicato il primo tratto appenninico in direzione della Garfagnana, cuore settentrionale della Toscana. Il nostro serpentone di moto rombava felice, accompagnato da un sole tiepido, a dispetto delle previsioni non promettenti del giorno prima. E’ bello viaggiare in gruppo. Ci si sente parte di una squadra, di una congrega. Agli stop si sgassa, in galleria si suona il clacson per fare un po’ di gioioso baccano, e poi si procede in fila indiana, in rigoroso rispetto del codice della strada. Qualche matto che ci sorpassa a velocità folle c’è, ma noi lo lasciamo andare, perchè sappiamo che sulla moto è bene non scherzare troppo. Il primo punto di ritrovo è in località Castelnuovo Garfagnana, dove arriviamo a metà mattinata. L’arrivo è impressionante: troviamo davanti a noi un mare di moto. Penelope è incredula e mi abbraccia divertita, dal sedile posteriore: "Ommamma!" – ripete come incantata. Gli organizzatori ne hanno contate duemila, di moto, mentre le forze dell’ordine confermano la presenza di circa 1.400 mezzi. Aggiriamo questo fiume di cromo, caschi e giubbotti, per metterci in coda, tra i cenni di saluto e i colpi di clacson di quelli che erano arrivati prima di noi. Dopo poco, l’intera comitiva accende i motori ed è un tuono assordante. Penelope mi invita a partire, così mi metto in coda e ci muoviamo in direzione San Pellegrino. Attraversiamo molti paesini della Garfagnana e passiamo tra ali di persone, che ci salutano e ci applaudono. Una mamma con la sua bambina, è seduta in veranda e ci saluta con un fazzoletto. Penelope le risponde con la bandana. Ad un uomo che fa le riprese con la telecamera, io rispondo sollevando il pollice e lui mi ringrazia con un cenno del capo. Ci sentiamo corridori al Giro d’Italia, solo che non sudiamo su quelle meravigliose salite. Arriviamo a San Pellegrino, e lì ha origine la Motomessa. "Come si può celebrare una funzione religiosa all’aperto davanti a più di mille motociclisti?" – si domanda Penelope. Ma don Silvio è un di loro (o meglio, di noi!), e quindi tutti assistono in "religioso" silenzio. Bellissimo il vedere come una passione concreta (e un po’ pagana) come quella per la moto, possa fondersi con la spiritualità. Altrettanto bello, il vedere nerboruti soggetti con cicatrici, baffoni e giubbotto borchiato, mettersi in fila per fare la Comunione, con il tatuaggio di Padre Pio sporgere da sopra la spalla. Penelope è divertita e dopo la celebrazione applaude il sacerdote, che dalla sella della propria moto elargisce la benedizione a tutti centauri presenti. La giornata è davvero conviviale e Penelope, di natura estroversa, conosce un sacco di gente, facendo amicizia con tutti e scambiandosi l’indirizzo di email per eventuali prossime gite. Soggetti diversi stringono amicizia tra loro: dirigenti d’azienda fumano assieme ad operai, motociclisti ventenni restano incantati davanti ai racconti di motociclisti più attempati, signore eleganti in tuta firmata fanno comunella con centaure più spartane; tutti accomunati dalla trasversale passione a due ruote. Nel pomeriggio incontriamo Marco: sguardo truce, catena d’oro, borchie sui polsi e gilet in pelle. Quando può, fa il buttafuori in un noto locale versiliese. Di lui ci stupisce la sua sensibilità, nel raccogliere un pettirosso caduto dal nido e nell’arrampicarsi sopra ad un castagno, per rimetterlo a posto. Nello scendere, si graffia una gamba. "Speriamo che in carcere abbiano il disinfettante" – dice pensieroso. Pensando ad una battuta, io e Penelope sorridiamo. "Sono in libertà vigilata – aggiunge lui, guardando il pettirosso nuovamente assieme alla mamma – alla sera devo rientrare a dormire in carcere. Quello è il mio nido". E con Marco, che salutiamo con un abbraccio prima di risalire in sella, riprendiamo, dopo poco, la strada di casa.










